Agli inizi del secolo passato, i font come più o meno li intendiamo oggi, erano roba prettamente da editoria: libri, magazine e quotidiani detenevano il monopolio del loro uso e delle (poche) scelte che si facevano a favore di uno piuttosto che un altro. Poi c’erano le varie correnti che hanno attraversato le epoche, riconoscibili dal modo che avevano di comunicare: lo stile liberty con i font art nouveau, i font deco, quelli utilizzati durante il ventennio in Italia, e il gotico in Germania.
Quindi, le indicazioni stradali, cartellonistica e poco altro, erano lo specchio del movimento che in quel momento andava per la maggiore. Tutto molto uniformato per capirci.
Poi, a un certo punto arrivarono le macchine da scrivere, e non restò che accettare l’unico carattere a disposizione (che tra l’altro, a me piace un botto ancora oggi), che rispondeva a tutta una serie di requisiti meccanici e tecnici: uno su tutti, la necessità di avere lettere che avessero la stessa “larghezza” (perdonatemi amici esperti di typography se uso talvolta termini non proprio adeguati).
Poi arriva la televisione che soppianta la radio nella pubblicità, e le aree urbani iniziano a diventare enormi spazi pubblicitari, riviste infarcite di “reclame” spalmate su decine di chilometri quadrati. Le città iniziano a imparare che certe cose scritte dai pubblicitari devono essere anche belle e diversificate da quelle dei competitor. La segnaletica, un po’ ovunque, acquisisce un certo tono, si veste come meglio crede per “fare colpo”. Un esempio su tutti, molto banale: la metropolitana di New York e la consacrazione di un font – Helvetica – che ancora oggi detta legge.

L’editoria che marcava il passo, rimane fedele a se stessa con i suoi font storici che si usano ancora oggi, e lascia le redini della typhography alla pubblicità.
Poi arriva internet e tutto cambia. Ancora.
I brand hanno un’esposizione totale, possono arrivare ovunque: sono loro che bussano la nostra porta, non solo quando siamo in casa davanti alla tv. Nascono blog, siti internet, social network. Posti dove si scrive. Posti che brulicano di nuove professionalità, inimmaginabili solo qualche decennio prima.
E cosa succede ai font? Succede che diventano qualcosa di più di un semplice elemento estetico. Ogni font ha una sua personalità che può esaltare quella di un brand, contribuendo a definire il tono di voce e l’immagine percepita di un’azienda. I capoccioni pubblicitari e del marketing lo capiscono in fretta, e da lì in poi è un’inarrestabile ricerca del font più appropriato alla “loro voce”, la stesa voce che un secolo prima ci parlava alla radio, e che oggi ci parla con la scrittura.
L’impatto del font sul Tono di Voce
Dicevamo del Tono di Voce, il TOV.
Ma cos’è ‘sto TOV? Il tono di voce di un brand rappresenta la sua personalità e i suoi valori attraverso la comunicazione verbale e visiva. La scelta dei font per il sito web, i materiali di marketing e le comunicazioni aziendali è essenziale per rafforzare questo tono di voce.
Ma esiste quindi una liason tra TOV e Font? Siccome non sono il massimo esperto di font, ho chiesto aiuto a Daniele Ianzini, che personalmente considero il Premio Nobel della Typhography, ma lui preferisce definirsi semplicemente un designer. Lavoriamo insieme, è parte integrante di Brand Genesi, quindi, oltre ad essere fonte autorevole, era anche la persona più facilmente raggiungibile 😀
La domanda, secca, è: esistono categorie, famiglie di font che vanno bene per un determinato settore, e meno per un altro? È possibile, o addirittura caldamente consigliabile, usare una specifica famiglia di font in base al Tono di voce che ha il brand? Lo so, le domande sono due, ma più o meno dicono la stessa cosa.
“Grazie per la domanda Francesco, ti rispondo di getto e non dopo giorni di ricerche passate a formulare la risposta degna dell’introduzione alla mia persona. La risposta è AVOJA (assolutamente sì), esiste una stretta relazione tra il tono di voce di un brand e la scelta dei font utilizzati nella sua comunicazione. I font non sono semplicemente uno strumento estetico; essi contribuiscono in modo significativo a comunicare la personalità e i valori del brand.

– I Bastoni o Sans Serif, l’Helvetica o l’Arial sono spesso utilizzati per un aspetto pulito e moderno.
-I Graziati o Serif come Times New Roman o Garamond possono comunicare professionalità, stabilità e autorevolezza.
Font script o display come Pacifico o Lobster, sono font che simulano la scrittura a mano, possono aggiungere un tocco di creatività e informalità.
Font giocosi, come il Comic Sans per esempio comunicano a noi designer malessere, disagio e turbamento. Ma questo vale solo per il Comic Sans.
È altamente consigliabile scegliere una famiglia di font che rispecchi il tono di voce del brand. Prima di tutto, andrebbe definito il tono di voce del brand. È amichevole, autorevole, creativo, serio? Se il tono di voce è amichevole e giocoso, potresti considerare font script o hand-drawn (ma non il Comic Sans, please. No.)
Assicurati che i font scelti siano leggibili su vari dispositivi e dimensioni di schermo. La leggibilità è fondamentale per una comunicazione efficace.
Spesso è utile combinare più di un font per creare gerarchie visive e mantenere l’interesse visivo. Testi corti come titoli o introduzioni: Sans Serif. Testi lunghi e corposi da libro, font Serif.
Ci sono effettivamente categorie e famiglie di font che si adattano meglio a determinati settori, ad esempio, aziende come Google o Spotify utilizzano sans-serif moderni come il Roboto, che trasmette innovazione, chiarezza e contemporaneità
Font eleganti e sofisticati come Bodoni, Didot, o font script raffinati trasmettono lusso ed eleganza, usati ad esempio da Vogue o Zara per nominarne due.
Font sans-serif puliti come Montserrat e Arial sono font che trasmettono fiducia, serietà e professionalità, Tra loro per esempio spicca il font perfetto per eccellenza: l’Helvetica. Usato da marchi come Microsoft, Oral-B, Toyota, Jeep, Lufthansa…insomma, avete capito. Ma anche da BMW, Panasonic, Kawasaki…ok ok smetto. Skype, Olympus, Scotch, Mattel e insomma, all’Helvetica ma che je volemo dì?! Perfetto.
Utilizzare specifiche famiglie di font in base al tono di voce non solo è possibile, ma è altamente consigliabile per rafforzare la coerenza e l’efficacia della comunicazione del brand.”
E nel contesto puramente online?

È chiaro che nel contesto online, la leggibilità è importante. I brand devono assicurarsi che i loro font siano leggibili su vari dispositivi e dimensioni di schermo.
La coerenza nell’uso dei font è essenziale per costruire una forte identità di marca. Utilizzare lo stesso font o una combinazione coerente di font attraverso tutte le piattaforme e materiali di comunicazione aiuta a creare un’immagine unificata e riconoscibile. La scelta dei font deve riflettere costantemente i valori e la missione del brand.

La scelta del font non deve mai essere casuale nel branding online. Ogni famiglia di font porta con sé implicazioni psicologiche che influenzano la percezione del brand. Un’attenta selezione e applicazione dei font può migliorare – e di tanto – la comunicazione del tono di voce di un’azienda, rafforzando la sua identità e il suo legame con il pubblico.










